L’Italia rivive cosi una drammatica ma esaltante esperienza ed approfondisce la sua identità nazionale. Quella identità nazionale appunto che si rivela in momenti di svolta, destinati ad esercitare una decisiva influenza nella storia dei popoli.
La Resistenza fu uno di questi momenti. Ad essa dunque, ancora oggi, facciamo riferimento. Ad essa ci rivolgiamo come al luminoso passato, sul quale è fondato il nostro presente ed il nostro avvenire.
La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. E’ destinata a caratterizzare l’epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna. Furono coinvolti ad un tempo il proletariato di fabbrica, che difendeva gli strumenti essenziali del suo lavoro, e la realtà contadina. Alle azioni gloriose delle formazioni partigiane e del nostro corpo di liberazione, schierati in battaglia, si accompagnò un’infinità di episodi spontanei, il più delle volte oscuri o poco noti, che rappresentarono l’immediata risposta delle popolazioni alle sopraffazioni delle brigate nere o dell’esercito nazista, una risposta data anche fuori dai centri urbani, nei più sperduti paesi rurali, nelle zone collinari e pedemontane. Questa Resistenza più ramificata e diffusa, che non è stata classificata tra le operazioni delle divisioni partigiane direttamente impegnate nello scontro armato, si è collegata molto spesso al ricordo delle lotte lunghe e tenaci che le leghe, contadine avevano condotto in tante regioni: dal Veneto alla Toscana, all’Emilia, alle Puglie, contro lo squadrismo agrario e le violenze nazionalistiche o fascistiche degli anni venti e anche oltre. Ma non era mero ricordo, bensì un dato vitale, una sorta di impegno civile, che ha immesso nella Resistenza fattori sociali connessi con la storia delle grandi masse popolari, a lungo escluse dalla partecipazione alla vita dello Stato unitario. La Resistenza supera cosi il limite di una guerra patriottico-militare, di un semplice movimento di restaurazione prefascista, come pure da talune parti si sarebbe allora desiderato. Diventa un fatto sociale di rilevante importanza.
A lungo si è ripetuto che alla piena esplicazione della Resistenza ha nociuto il peso negativo rappresentato dal Mezzogiorno, che non ha compiuto l’esperienza della lotta partigiana del Nord Italia. Gli storici tendono ora a correggere questa visione dualistica, di un Nord, proiettato verso una peraltro indefinita rivoluzione, e un Sud, ancora una volta “palla al piede” dello sviluppo italiano. Il rapporto tra Mezzogiorno e Resistenza è complesso. Non va dimenticato, nello sfondo, ciò che pagarono le campagne del Mezzogiorno al fascismo. E’ vero, fu avviata una politica di bonifiche che consentì in un secondo tempo la formazione di ceti agrari più progrediti, meno attaccati alla esclusiva conservazione della rendita. Ma quel poco che si fece sotto il fascismo per il Sud, ebbe come corrispettivo il blocco dell’emigrazione interna, una politica di bassi salari, sperequazioni tributarie e pesanti vincoli contrattuali nelle campagne. Il programma fascista di un’Italia rurale ed eroica portò in realtà ad un eccesso di popolazione contadina, costretta a vivere entro strutture economiche rimaste arcaiche e statiche e perciò prive, di impulsi creativi. Crollato il fascismo e liberato il Mezzogiorno dalle truppe alleate, non per caso ancora una volta furono le campagne a muoversi. Si trattava della lotta al latifondo e della riforma agraria, cioè di una delle esperienze più significative di questo dopoguerra, che ha consentito lo svilupparsi di un grande movimento contadino nel Sud ed ha impegnato i governi in un notevole sforzo, nel suo insieme positivo. Ma, tornando agli anni cruciali che vanno dalla fine del ‘43 a tutto il ‘45, non ci sembra si possa dire che il Mezzogiorno fu una remora alla realizzazione degli ideali della Resistenza. Non vanno dimenticati gli intellettuali meridionali schierati sul fronte della libertà. Eppoi parlano le cose. Il Sud ha dato con profonda convinzione il suo apporto alla guerra di liberazione e ai primi atti dei governi della coalizione antifascista; ha contribuito al crollo degli eserciti nazifascisti, facilitando l’avanzata di quelli alleati; ha visto la nascita e l’affermarsi delle prime libere manifestazioni politiche dei partiti antifascisti; ha scritto con la insurrezione napoletana una tra le pagine più belle della Resistenza. (…)
Si è anche talvolta affermato che la Resistenza sarebbe stata tradita nel suo significato più autentico e che il graduale ritorno alle vecchie strutture dello stato prefascista avrebbe sancito una continuità statale di vecchio tipo. Se la polemica non fa velo, credo possa apparire evidente a tutti il grande salto di qualità che si è compiuto passando dallo Stato prefascista a quello nato dalla Resistenza sotto il profilo sia della struttura sia dei fini istituzionali. Non sono differenze di superficie, ma di sostanza, che riguardano anzitutto il processo di formazione e articolazione della volontà politica nazionale attraverso i partiti di massa, la consistenza democratica di base dello Stato, il suo ruolo di propulsione e di guida nella vita economica e sociale. Se vi furono aspetti di restaurazione, se vi furono remore e momenti anche di arresto nella realizzazione delle premesse ideali della Resistenza, ciò non può farci dimenticare il progresso compiuto e il senso storico-culturale della opzione politica in favore della democrazia che fu alle origini della fondazione del nuovo Stato. (…)
Con tutte le cautele e le gradualità imposte dalle esigenze della strategia alleata e dalla crescente diffidenza che divise ben presto le potenze occidentali dall’Unione Sovietica, la Resistenza fu indubbiamente molto di più di una operazione patriottico-militare. Essa agì in profondità nella vita politica del nostro Paese, dando una nuova dimensione allo Stato, arricchendo la vita democratica e creando una originale mentalità antifascista, la quale superò quella formale e parlamentaristica che aveva in certo modo caratterizzato in precedenza la opposizione al fascismo.
Lo Stato al quale i partiti democratici hanno dato vita è lo Stato che lo spirito della Resistenza e le circostanze oggettive hanno reso possibile in una valutazione globale di tutti gli interessi del Paese, interessi nazionali ed internazionali, immediati e in prospettiva. E certo occorreva uno Stato nel quale si riconoscesse il maggior numero possibile di cittadini, che fosse capace, su questa base, di ricostruire l’Italia, dandole un assetto stabile di libertà e di giustizia.
Sono questi, che ho appena ricordati, momenti della nostra vicenda trentennale sui quali è ancora aperto il giudizio storico, aperta la valutazione politica. Credo tuttavia che, pur partendo da punti di vista diversi e nella comprensibile divergenza d’opinioni sulle strade seguite e sulle soluzioni date in alcuni stretti passaggi della nostra vicenda nazionale, una cosa si possa dire e cioè che i partiti i quali si richiamano alla Resistenza e si riconoscono nella Costituzione repubblicana, ciascuno secondo la propria responsabilità ed il proprio ruolo, hanno guardato alle istituzioni democratiche, da presidiare ed accreditare nella coscienza del Paese. Via via, nel corso di questi trent’anni, un sempre maggior numero di cittadini e gruppi sociali, attraverso la mediazione dei partiti e delle grandi organizzazioni di massa che animano la vita della nostra società, ha accettato lo Stato nato dalla Resistenza. Si sono conciliati alla democrazia ceti tentati talvolta da suggestioni autoritarie e chiusure classiste. Ma, soprattutto, sono entrati a pieno titolo nella vita dello Stato ceti lungamente esclusi. Grandi masse di popolo guidate dai partiti, dai sindacati, da molteplici organizzazioni sociali, oggi garantiscono esse stesse quello Stato che un giorno considerarono con ostilità quale irriducibile oppressore. Se tutto questo è avvenuto nella lotta, nel sacrificio, è merito della Resistenza, di un movimento cioè che si è mosso nel senso della storia, mettendo ai margini l’opposizione antidemocratica e facendo spazio alle forze emergenti e vive della nuova società.
Certo, l’acquisizione della democrazia non è qualche cosa di fermo e di stabile che si possa considerare raggiunta una volta per tutte. Bisogna garantirla e difenderla, approfondendo quei valori di libertà e di giustizia che sono la grande aspirazione popolare consacrata dalla Resistenza.
Il nostro antifascismo non è dunque solo una nobilissima affermazione ideale, ma un indirizzo di vita, un principio di comportamenti coerenti. Non è solo un dato della coscienza, il risultato di una riflessione storica; ma è componente essenziale della nostra intuizione politica, destinata a stabilire il confine tra ciò che costituisce novità e progresso e ciò che significa, sul terreno sociale come su quello politico, conservazione e reazione.
Intorno all’antifascismo è possibile e doverosa l’unità popolare, senza compromettere d’altra parte la varietà e la ricchezza della comunità nazionale, il pluralismo sociale e politico, la libera e mutevole articolazione delle maggioranze e delle minoranze nel gioco democratico.
In questo ambito ed in questo spirito è responsabilità politica dei partiti l’effettuare quelle scelte di indirizzi, di contenuti e di schieramenti ritenuti meglio rispondenti agli interessi del Paese.
Trent’anni fa, uomini di diversa età ed anche giovanissimi, di diversa origine ideologica, culturale, politica, sociale; provenienti sovente dall’esilio, dalla prigione, dall’isolamento; ciascuno portando il patrimonio della propria esperienza, hanno combattuto, per restituire all’Italia l’indipendenza nazionale e la libertà.
Questo è stato il nostro grande esodo dal deserto del fascismo; questa è stata la nostra lunga marcia verso la democrazia.
ALDO MORO
E’ al lavoro la macchina organizzativa del Comitato Notte bianca Marotta. Sul tavolo numerose idee per rendere questa quarta edizione ancora più bella delle altre.
Mentre si mantiene il riserbo sui progetti in cantiere tesi a far divertire gli ospiti e i turisti, cercando di soddisfare le aspettative sia di un target giovane che di uno familiare, con particolare riguardo anche agli interessi dei commercianti, il Comitato Notte bianca Marotta si è sbottonato sulla data di questa edizione 2010: il 13 agosto 2010.
“La scelta di questa data non è casuale – ha spiegato Samuele Mancini, rappresentante del Comitato. Certamente non abbiamo voluto accavallarci ad altre manifestazioni limitrofe quali il Summer Jamboree e la Fano dei Cesari, per dare la possibilità ai residenti e ai turisti di poter godere pienamente di tutto il panorama di eventi che il litorale organizza d’estate”.
“Poi – ha aggiunto Danilo Bombagi – l’idea di realizzare l’evento di venerdì significa creare un lungo weekend di ferragosto e offrire un’occasione in più di festa e animazione sia agli ospiti dell’evento, che agli esercenti della zona. Il fatto che la data sia un venerdì 13 regalerà anche sorprese inaspettate.”
Il gruppo, forte dei risultati delle precedenti edizioni, in particolar modo di quella dello scorso anno che ha portato a Marotta 20.000 persone, un record per il turismo della cittadina, ha mantenuto grossomodo lo stesso assetto, con qualche uscita e qualche new entry.
Tra le fila del Comitato ci sono Samuele Mancini, Danilo Bombagi, Flavio Martini, Luciano Montesi, Enrico Vergoni, Luca Pasquini, Mario Piccinini, Rodolfo Ferri, Luca Sanchioni, Mario Silvestrini e Monia Donati.
“L’Assemblea Legislativa delle Marche rappresenta l’intera comunità marchigiana. Assumerne la presidenza è per me un grande onore.” Queste le parole che il neo Presidente dell’Assemblea legislativa delle Marche, Vittoriano Solazzi, ha rivolto oggi (19 aprile) al Consiglio regionale subito dopo la sua proclamazione. “Ringrazio tutti i consiglieri – ha proseguito - che con il loro voto mi hanno accordato fiducia ma anche chi, per ragioni di rappresentanza politica e di appartenenza, non mi ha votato. Lo faccio con grande sincerità e senza incedere in retorica. Voglio assumere l’impegno di essere il garante dei diritti di tutti i consiglieri regionali indipendentemente dai gruppi e dei partiti. Credo di poter dire che essere qui costituisce una grande opportunità perché si ha la possibilità di rappresentare una regione straordinaria, bella operosa, fatta di persone intraprendenti e sobrie. Sono convinto che il lavoro che dovremo fare sarà impegnativo, come sarà impegnativo quello che dovrà svolgere il Presidente Spacca a cui vanno, insieme alla sua Giunta, i nostri migliori auguri di buon lavoro. Viviamo in un tempo difficile e anche una regione come la nostra, per quanto sia in una situazione migliore rispetto a tante altre del nostro Paese, soffre della crisi economica attuale. Le Marche in questi anni non hanno mai perso l’attenzione nei confronti dei temi fondamentali, una regione che si caratterizza per riconoscersi nei valori del lavoro, dell’investimento, del rischio, del merito, dell’attenzione al sociale, che nei valori della tolleranza, del rispetto, dell’inclusione. Un periodo difficile in un tempo difficile, caratterizzato da una crisi economica che morde anche una realtà sana come quella della nostra regione. Accanto a questa crisi c’è poi anche la crisi della rappresentanza e della partecipazione. Una politica che rispecchia la difficoltà del momento. Spesso distante, disattenta, litigiosa con fratture generazionali, di genere, sociali. Frammentazioni, localismi, eccessi di corporativismo. Occorre un forte senso di responsabilità. Accanto all’onore, vi è quindi l’impegno per costruire condizioni di sviluppo, non solo economico, ma anche sociale, culturale e civile. Sostenere soprattutto i giovani che rappresentano il nostro futuro. Le giovani generazioni soffrono oggi, ancora di più di altri, la precarietà e l’insicurezza e per questo debbono essere aiutate ed incoraggiate. Una comunità che non investe nei giovani non ha speranza di sviluppo. In questi anni che ci aspettano opereremo insieme per rappresentare una straordinaria regione e una straordinaria comunità. Per creare benessere per tutti i marchigiani.”
La circonvallazione di Marotta sta monopolizzando il dibattito politico e non solo. Si è svolto nei giorni scorsi nella sala giunta del Comune di Mondolfo l’atteso incontro tra la Società Autostrade, la Provincia di Pesaro ed i Comuni di Fano, Mondolfo e San Costanzo per dare attuazione all’ordine del giorno proposto dal capogruppo del PSI in consiglio provinciale Gaetano Vergari, relativo all’opera che tanto in queste ultime settimane sta facendo discutere.
Il documento approvato all’unanimità dal consiglio provinciale impegna la giunta e il presidente della Provincia Matteo Ricci ad avviare un’iniziativa volta a riaprire una trattativa con Società Autostrade affinchè la circonvallazione di Marotta, parzialmente realizzata come opera compensativa nel territorio di Mondolfo, prosegua in direzione Fano, via San Costanzo sino alla Strada provinciale di Torrette.
Alla riunione erano presenti per la Provincia di Pesaro e Urbino, l’assessore ai Lavori Pubblici ed alla Viabilità Massimo Galuzzi e il capogruppo del PSI in consiglio nonché assessore all’Urbanistica del Comune di Mondolfo Gaetano Vergari, accompagnati dall’Ing. Alberto Paccapelo, responsabile del Ufficio Progettazione e dal responsabile del comparto stradale del territorio e consigliere comunale di Mondolfo, Alvise Carloni.
Per il Comune di Fano ha partecipato il vicesindaco e assessore ai Lavori Pubblici, Antonia Cucuzza, per Mondolfo il vicesindaco Francesco Moschini e l’assessore ai Lavori Pubblici Mirco Carboni e, infine, per San Costanzo il sindaco Margherita Pedinelli. A rappresentare Società Autostrade, l’Ing. Moretti, responsabile unico del procedimento per i lavori della terza corsia nel tratto autostradale che attraversa la Provincia di Pesaro, e l’Ing. Ghezzi, responsabile del cantiere della terza corsia.
In apertura di incontro l’assessore Galuzzi ha ricordato le motivazioni dell’incontro e cioè l’esigenza di realizzare la prosecuzione della circonvallazione di Marotta-Ponte Sasso, per ora costruita nel tratto mondolfese, sino alla strada provinciale di Torrette.
L’Ing. Moretti ha risposto che, pur comprendendo le esigenze rappresentate, le sue competenze esulano dalla possibilità di assumere decisioni che dipendono esclusivamente dal committente dei lavori della terza corsia vale a dire Anas. A tal fine ha suggerito di orientare le azioni politiche affinchè venga indetta al più presto una nuova Conferenza di Servizio dalla quale e solo dalla quale può discendere la risoluzione del problema. L’incontro si è così aggiornato con l’impegno dell’assessore provinciale Galuzzi ad attivarsi immediatamente per ottenere la convocazione di una nuova Conferenza di Servizio con l’appoggio anche della Regione Marche, appena nominata la nuova giunta.
Alla grande manifestazione di protesta di sabato organizzata dal Comitato Pro Marotta Unita per chiedere il prolungamento della circonvallazione fino a Torrette, parteciperà anche il consigliere comunale di Fano Luca Stefanelli (Pd).
“Sarò presente perché questa è una battaglia di buon senso che va al di là dell’unificazione di Marotta. Mi dispiace però che ad organizzarla sia un comitato e non i partiti”.
Stefanelli è molto critico con il Comune di Fano.
“I Comuni potevano e dovevano ottenere di più, è stata persa una grande occasione, Fano già quando si parlava di Prg. Come al solito emerge un problema di concertazione tra i tre Comuni. La ricetta non è però l’unificazione sotto Mondolfo ma un assessorato provinciale che si occupi delle questioni che riguardano i Comuni di Fano, Mondolfo e San Costanzo. Mi riferisco alla viabilità, urbanistica e servizi per evitare che ognuno pensi per sé. Spero che il presidente Ricci partecipi alla manifestazione e da sabato possa partire un nuovo modo di amministrare”.